Angelino, tu quoque!

Giulio Cesare si reca solennemente al Senato romano in occasione della festa dei Lupercali.
Fra i senatori, non manca chi è preoccupato per il crescente potere di Cesare. In particolare, Cassio decide di ordire una congiura e cerca di persuadere il suo amico Bruto a parteciparvi, in nome della libertà di Roma minacciata da Cesare.
All’alba, dopo una notte insonne, Bruto incontra a casa propria Cassio e altri cinque cospiratori.
Insieme decidono di assassinare Cesare il giorno stesso

cesare-berlusconi

Quello riportato è un breve riassunto della scena dell’assassinio di Giulio Cesare nell’omonima tragedia scritta dal mio collega d’oltremanica William Shakespeare nel 1599.
Curioso notare che, se fosse vissuto ai giorni nostri e fosse stato incaricato di descrivere quanto successo ieri, forse si sarebbe potuto limitare a sostituire i nomi dei protagonisti: Cesare con Silvio, Bruto con Angelino, Cassio con Fabrizio.

La storia si ripete, e chissà perchè ci si accorge sempre a posteriori che le vicende si assomigliano, che il delitto è preannunciato sempre dagli stessi segnali, che il colpo di grazia non viene mai dato dall’acerrimo nemico ma dalla persona in cui si ripone una fiducia totale.

Accoltellato fu dal suo Delfino
Com’ogni rispettabile delitto
il maggiordomo è sempre l’assassino

Ma  il genere umano ha la memoria corta e chi si crede immortale e invincibile è convinto di poter sfuggire al destino toccato ai suoi predecessori.
Ditemi se questo monologo di Cesare non ha un che di familare:

Voi potreste pensare di commuovermi
s’io fossi come voi. Se pregare
sapessi anch’io per commuovere altrui,
questo vostro pregare il mio perdono
sarebbe riuscito già a commuovermi.
Ma io sono costante ed immutabile
come la Stella dell’Orsa Minore
alla cui fissità nessuna stella
è pari, nell’intero firmamento.
I cieli son dipinti
d’infinite scintille tutto fuoco,
e ciascuna rifulge come l’altre,
ma ve n’è una ch’è fissa ed immobile
sempre allo stesso punto.
Così nel mondo: è brulicante d’uomini,
fatti di carne e sangue tutti quanti,
e dotati di seme d’intelletto;
e tuttavia in questa moltitudine
io non ne so che uno
che stia saldo, ed immoto, e inespugnabile:
e quell’uno son io.

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Pubblicato il 3 ottobre 2013, in De Vulgari Dementia con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

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