“A Spasso con Dante” – Dante a New York, il XXVI canto dell’Inferno (il folle volo di Ulisse)

La categoria interpretativa è quella della grandezza della ragione, che contrasta con la fragilità dell’intelligenza umana, limite allegoricamente riconducibile all’immagine delle colonne d’Ercole. È questo il limite che l’uomo Ulisse vuole infrangere. La nave di Ulisse cola a picco davanti alla montagna del Purgatorio perché, secondo Dante, egli è privo dei valori morali.

Dante è legato ad un concetto di religiosità medievale, è un conservatore, vive in un momento di transizione, ma non cede. Egli è legato all’idea di un asse verticale. Se non c’è moralità non c’è purificazione, lo spirito non si eleva. Le azioni di Ulisse sono finalizzate alla sua esclusiva curiosità. La sapienza deve essere virtuosa. Quando il sapere diventa cultura, allora diventa valore. Esso agisce sui nostri comportamenti e li modifica. La cultura deve significare miglioramento della specie. Ulisse vuole tenere per sé questo sapere.

Il canto in esame inizia con l’apostrofe a Firenze, motivata dall’aver incontrato già cinque ladri fiorentini. D’altra parte questo rientra nel rapporto di amore—odio tra il poeta e la sua patria natia che lo ha esiliato.
Dante e Virgilio sono intanto giunti nell’ottava bolgia, il cui fondo è cosparso di fiammelle, simili a tante lucciole in una sera d’estate, che si muovono individualmente. Ognuna di queste fiamme nasconde un consigliere fraudolento. Il contrappasso è alquanto evidente: i consiglieri di frode, puniti nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, sono trasformati in lingue di fuoco. Essi, infatti, peccarono per mezzo della lingua, ingannando il prossimo. Come agirono di nascosto e in modo subdolo, così ora sono nascosti dalle fiamme.

Dante viene attratto in modo particolare da una fiamma biforcuta, e chiede a Virgilio chi si cela al suo interno. Dopo aver scoperto che si tratta degli spiriti di Ulisse e di Diomede, sente la necessità di parlare con Ulisse. Tuttavia Virgilio si propone quale interprete della sua volontà, in quanto, essendo Ulisse greco, difficilmente Dante vi avrebbe potuto comunicare. Il poeta fiorentino non aveva, infatti, dimestichezza con il greco antico, che restò sconosciuto in occidente per tutto il Medioevo. Si comincerà a studiarlo a far data dalla caduta di Costantinopoli (1453) e con il conseguente afflusso di dotti greci in occidente. Prima che questi cominci a parlare, viene descritto, in termini quasi fisici, il fenomeno della fuoriuscita di parole dalla lingua-fiamma Ulisse (“Lo maggior corno della fiamma antica/cominciò a crollarsi mormorando,/pur come quella cui vento affatica;/indi la cima qua e là menando,/come fosse la lingua che parlasse,/gittò voce di fuori e disse: “Quando”).

Ulisse racconta la storia del suo viaggio, successiva al suo ritorno a Itaca, dove nemmeno gli affetti familiari furono tali da dissuaderlo dal partire di nuovo. In effetti, nella tradizione omerica, non vi è traccia di un viaggio di Ulisse successivo al suo ritorno a Itaca. Qui Dante raccoglie probabilmente una leggenda medievale. Ulisse narra a Virgilio, dunque, la sua avventura verso le colonne d’Ercole, che supera senza esitazione. Ma i suoi compagni non hanno lo stesso temperamento del loro comandante, il quale li esorta con un’ “orazion picciola”, che è in realtà un comando travestito da preghiera. Ulisse, infatti, dopo averli indotti a considerare la propria natura ed origine di uomini, destinati a seguire “virtute e canoscenza”, si attende che i suoi compagni non rifiuteranno. Superate le colonne d’Ercole, Ulisse e i compagni gioiscono dopo aver visto un monte, che rappresentava nel loro immaginario un approdo. Da questo monte, che è il monte del Purgatorio, nasce un turbine, che colpisce la nave, la fa roteare tre volte, e poi la fa colare a picco. Non può non colpire la facilità del castigo divino rispetto alla difficoltà di Ulisse di superare il limite dell’uomo.

Ulisse rappresenta la ragione umana che fallisce, pensando di poter fare a meno della Grazia Divina. Dante celebra dunque la grandezza dell’uomo-Ulisse, ma anche i suoi limiti. Dante condanna Ulisse, ma è coinvolto emotivamente nel suo dramma, poiché in parte vi si identifica. Entrambi hanno compiuto un viaggio: l’eroe greco nella sua dimensione pagana ha esplorato l’ambito fisico e naturalistico, il poeta nella sua dimensione cristiana, ha proseguito oltre quel limite proprio della ragione umana, e ha indagato quello spirituale e metafisico, arrivando alla verità rivelata da Dio, che illumina ogni mistero.

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dantista da strada...

Pubblicato il 13 maggio 2014, in Amenità (Paradiso) con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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