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La selva delle password

Nel mezzo del cammin di nostra vitaimage
mi ritrovai con un’utenza oscura:
la password della posta aveo smarrita

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta password di letter d’ogne sorte
che di mia testa è uscita, per sventura

Non rammentarla è andar incontro a morte;
ma per trattar di come la trovai,
le password d’ora in poi farò più corte…

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Il 750° Genetliaco Dantesco

Ebbene sì: tra grandi gioie e affanni,750enario Dante
l’eternità m’appresto a accarezzare:
festeggio settecentocinquant’anni

La ricorrenza mi fa ritornare
con il pensiero a quando il BelPaese
ai tempi miei solevo attraversare

Allor le decisioni erano prese
da Signorotti, chiusi nei castelli,
ignari dei problemi del Paese

Chi producea e accollavasi i fardelli
più grandi eran bifolchi e contadini,
perciò schiacciati da tasse e balzelli

Il popolo, sia adulti che bambini,
soleva contrapporsi tra fazioni
ostili, come i Guelfi e i Ghibellini

Per far fortuna e guadagnar milioni
bastava aver legami col Potere
che ripagar sapeva “buone azioni”

Per i propri diritti far valere
ci si affidava alle Corporazioni
simili a Caste, esclusive e severe

Esercitar di Legge le funzioni
il povero punir significava
pel furto di cibarie e libagioni

Il ricco spesso liscia la passava
anche se si macchiava d’un reato,
non sol se commetteva azione brava.

Per non parlar di Chiesa e di Papato
che, dediti al denaro, agli Istituti
di Credito insidiavano il primato.

Codesti fatti inver sono accaduti
nell’era Medievale, dolorosa
e densa di soprusi risaputi.

Ma adesso, certo, è tutta un’altra cosa…

Maccheronate dantesche

Macaronea

Ripetizioni di italiano. Commento al primo verso della Divina Commedia:
Io: “Che significa ‘nel mezzo del cammin di nostra vita’?”
Alunna: “…”
Io: “Bene, prendiamola da lontano. In che anno si svolge il viaggio agli Inferi di Dante?”
Alunna: “…”
Io: “Nel 1300!!! E quanti anni aveva Dante in quel momento?”
Alunna: “…”
Io: “Quando è nato Dante?”
Alunna: “…”
Io (sudando): “Nel 1265! Fai la sottrazione…”
Alunna: “1300-1265 fa… fa…”
Io (con gli occhi fuori dalle orbite): “Te lo dico io: 35! Ai tempi di Dante, l’età di 35 anni cosa significava?”
Alunna (candida): “Gli anni che aveva Gesù quando è morto?”
Io (sconvolta): “NO!!!!! A quanti anni è morto Gesù?”
Alunna (poco convinta): “30?”
(Mani nei capelli)

Prof: – Cosa intende Dante con “dannazione”?
Alunno: – …
Prof: – Cos’è un’anima dannata??
Alunno: – Beh, un’anima… vecchia… come il vino, d’annata…

I Liceo, compito in classe di Italiano:…

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“A Spasso con Dante” – Dante alle Terme di Bonifacio, il XIX canto dell’Inferno (i simoniaci)

“A spasso con Dante”
Dante non è solo patrimonio di Firenze, ma dell’Italia tutta. In realtà Dante è patrimonio del mondo intero. Cercheremo di portare un canto in ogni città di Italia e del mondo, dando priorità ai posti che hanno una qualche relazione con il Sommo Poeta.
Non sono un attore, non un professore, non un poeta. Sono semplicemente appassionato di Dante e della Divina Commedia. Siate indulgenti.

La mia analisi
Nel XIX canto dell’Inferno, Dante e Virgilio giungono alla terza bolgia dell’ottavo cerchio, dove sono puniti i simoniaci. Questi stanno conficcati a testa in giù in fori della roccia, con le piante dei piedi lambite dalle fiamme. Il contrappasso è chiaro: così come nella vita terrena non levarono il proprio spirito al cielo, ma si concentrarono soltanto sui beni materiali, ora non possono guardare in alto, e sono messi sottosopra, con la testa conficcata nel terreno. La bellezza del canto, oltre che nei versi, sta nel fatto che Dante, in modo coraggioso e rivoluzionario, condanna in questa bolgia addirittura dei papi.

Nel canto in esame, Dante incontra papa Niccolò III, papa simoniaco e nepotista, che, durante il suo papato, nominò ben nove cardinali, di cui tre suoi parenti, e confiscò alcuni castelli per poi assegnarli a suoi familiari. Questo papa è condannato come simoniaco per l’appropriazione indebita di decime ecclesiastiche e per l’allargamento dei territori della Chiesa. In realtà, però, si può dire che il canto sia dedicato a papa Bonifacio VIII, probabilmente uno dei peggiori papi della storia, e sicuramente quello più odiato da Dante.

Bonifacio VIII fu il papa che succedette a Celestino V, quello del famoso “gran rifiuto”. Oltre a stabilire che re e principi non potessero riscuotere le decime senza il consenso del papa, pena la scomunica, egli fu l’autore della bolla “Unam Sanctam”, nella quale affermava le idee teocratiche dell’assoluta supremazia del papa sull’imperatore. Per questo e per altri motivi, Bonifacio VIII era fortemente inviso a Dante, tra l’altro, egli si intromise di fatto nelle lotte politiche tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, fingendosi al di sopra delle parti, ma in realtà appoggiando i Neri. Bonifacio VIII, infatti, inviò a Firenze, nel settembre del 1301, un suo emissario, Carlo di Valois, con l’ambiguo compito di fare da “paciere in Toscana”. Con i Neri nuovamente al potere, Dante fu accusato di baratteria e definitivamente esiliato.

In definitiva Dante vede in Bonifacio VIII colui che ha allontanato la Chiesa dalla sua missione spirituale, per occuparsi delle lotte politiche e delle vicende culturali. Dante, dunque, disprezza fortemente Bonifacio VIII, e poiché non può ancora metterlo all’Inferno, dato che il papa morì nel 1303 (e ricordiamo che il viaggio oltremondano di Dante si conclude il 14 aprile del 1300), trova un espediente per condannare comunque papa Bonifacio VIII all’Inferno.

Ad ogni modo, il canto XIX inizia con l’apostrofe a Simon Mago e ai suoi seguaci. Simone era un mago della Samaria. Questi, convertitosi al cristianesimo, chiese agli apostoli Pietro e Giovanni di conferirgli, in cambio di denaro, la facoltà di trasmettere lo Spirito Santo ai fedeli mediante l’imposizione delle mani. In seguito a tale episodio sono detti “simoniaci” coloro che fanno commercio di cariche ecclesiastiche. Si trattava di una pratica molto diffusa nel Medioevo, e sono riportate alcune testimonianze del tempo secondo cui: “la simonia è così diffusa nel clero che tutti gli ordini e gradi, dal primo all’ultimo, si comprano a prezzo d’oro”. Successivamente Dante descrive il luogo in cui si trova, la terza bolgia dell’ottavo cerchio, che è una distesa piena di fori nella roccia.

Riporta, altresì, un aneddoto autobiografico che vale la pena di citare, trattandosi della prima ed ultima volta che dante, nella Divina Commedia, elargisce cenni autobiografici. Dopo aver paragonato questi fori che vede ai battezzatori della Chiesa di San Giovanni a Firenze, recipienti in cui venivano dati i battesimi, dice che dovette romperne uno per salvare la vita di una persona che stava annegando al suo interno. Evidentemente la vicenda ebbe un certo risalto mediatico polemico, tanto che Dante sente qui la necessità di dire: “e questo sia suggel ch’ogn’uomo sganni”. In ogni caso, dopo aver visto queste buche, Dante si accorge che da ognuna di esse fuoriescono delle gambe che si agitano convulsamente, i cui piedi sono lambiti dalle fiamme. Dante viene attratto da un soggetto in particolare, che scuote le gambe in modo più forte degli altri, e le cui piante dei piedi sono tormentate da una fiamma più viva delle altre. Dopo uno splendido scambio di battute con Virgilio, scendono a parlare con l’anima che sconta la propria pena a testa in giù, in uno di quei fori. Qui con un colpo di scena l’anima, che poi si scoprirà essere quella di papa Niccolò III, scambia Dante per Bonifacio VIII, papa che dovrà sostituirlo in quella scomoda posizione. Chiarito l’equivoco, Niccolò III spiega a Dante che in quella fossa sono dannati i papi simoniaci, e, poiché i morti possono leggere il libro del futuro, Niccolò sa che sarà sostituito da Bonifacio VIII, ma non così presto (“”Se’ tu già costì ritto,/se’ tu già costì ritto, Bonifazio?/ Di parecchi anni mi mentì lo scritto”). Successivamente, continua Niccolò, un ulteriore papa sostituirà Bonifacio VIII, e sarà persino peggio di lui. Si tratta di Clemente V, il quale trasferì la sede papale ad Avignone, avendo di fatto avuto accesso al soglio pontificio grazie a Filippo IV il Bello.

Al termine della spiegazione di Niccolò III, Dante esplode in una dura invettiva contro i papi simoniaci, citando esempi biblici in una climax ascendente di versi superbi. E mentre Dante lancia la sua invettiva, lo spirito “o ira o coscïenza ch’el mordesse / forte spingava con ambo le piote”, comunicando dunque il proprio risentimento o il proprio pentimento attraverso il movimento delle gambe. Nel frattempo Virgilio osserva compiaciuto la scena e guarda Dante con un cenno di approvazione. È talmente forte il compiacimento e l’entusiasmo, che Virgilio prende Dante in braccio e “rimontò per la via onde discese” per proseguire il loro viaggio oltremondano.